Ciao Enrico,
quando eravamo piccoli due anni di differenza ci sembravano un abisso e invece tu eri esattamente come me, come tutti noi. Eri uno di noi. Quante cose abbiamo fatto insieme e quante ne ho dimenticate col tempo. Non è giusto!
Ho saputo in ritardo della tua dipartita. Non c'ero al tuo ultimo saluto e me ne rammaricherò per molto. Comunque il tuo volto, la tua voce e la tua allegria sono qui con me e ci resteranno a lungo.
Addio Enrico
Era una guerra all’ultimo sangue. Nessun tipo di colpo o strategia era proibito. Tutto l’ecito pur di raggiungere l’obiettivo: Vincere!
Le due anime combattevano in modo vigoroso, l’una colpiva l’altra lasciando segni indelebili. Ad ogni colpo inferto il rivale tracotava, sembrava cedere da un momento all’altro. Ed invece si riaveva, riusciva a racimolare le poche forze rimaste per continuare, per non mollare. Vincere era l’obiettivo. Vincere!
La guerra durò a lungo e le due anime sembravano contorcersi in una danza armoniosa tanto da mascherare le gioiose angherie che reciprocamente si comminavano. Poi stanche, prive di alcuna voglia a proseguire si abbracciarono in una morsa quasi inscindibile. Si rotolarono più volte in ogni direzione sulla grande piazza del letto. Si fermarono.
L’anima di Lei, rimasta avvinghiata sotto quella di Lui, lo fisso più volte mostrando evidente nello sguardo la proprio gioia. L’anima di Lui, muta, reggeva lo sguardo. Poi si decise.
Lui la baciò ed iniziò un’amplesso che ancora le due anime insistono a vivere.
(Fulvio 2007)
C'è una donna lì che aspetta
i' che un si sà
però lo s'intuisce.
Son coccole, di quelle fatte a modino.
Coccole belle, dolci, che un finiscan mai.
Lunghe quanto abbisogna alla su anima.
Quell'anima che la ti spia dentro gli occhi
aspettando che tu ricambi lo sguardo
e fissandola tu la faccia sorride.
Non è normale e per fortuna:
a i mondo di cose brutte ci se n'ha già troppe
che passan pe' normali.
Lei no, un pol'esse così...
e ride, ride d'un sorriso vero e schietto
che ti rinfranca co i' mondo intero.
(Fulvio 2007)
La strada è affollatissima. Tante di quelle persone che freneticamente sfilano sul marciapiede in una direzione e nell'altra. Beh, quantomeno dovrei non sentirmi solo e invece ...
Invece la solitudine mi assale in modo passionale, come una fiera che si avventa sulla sua preda indifesa. Può sembrare un controsenso, ma un razionale dietro a tutto questo c'è: non conta mai la quantità delle persone che ti circondano, bensì quante di queste si soffermano, anche per un brevissimo istante, a curiosare dentro la tua anima.
In quel frangente della moltitudine che mi segue, precede, supera o che mi viene incontro, nessuno ha la benchè minima intenzione di dedicarmi, magari per caso o per sbaglio, una sgheggia microscopica del suo tempo.
Ergo, la solitudine che vivo ha una giustificazione.
Dove mi trovo poco importa. Non è il luogo che diventa significato, tantomeno significante chi sono io o cosa faccio. E' così e basta!
Nessuno più conosce il piacere di accostarsi all'altro. Nessuno più lo considera l'altro. L'obiettivo di ciascuno, ed è una meschina imposizione e mai una vera e consapevole scelta, è il soddisfare i propri bisogni molti dei quali per niente essenziali.
Eccola la solitudine. Quel senso di alienazione dal mondo che può essere utile se saputo vivere con coscienza. Ti permette, infatti, di delineare i reali contorni di ciò che sei, di ciò che il mondo che ti circonda è e di ciò che tu non vorresti mai essere. Sorge spontanea la consapevolezza che cercare un'altra mosca bianca che sappia capirti sia lottare contro i mulini a vento.
Poi, però, un miraggio. Vedi pietre che adornano, l'una in fila all'altra, il collo di una donna. Non c'è niente per i tuoi occhi che sembri legarle insieme, eppure ordinate stanno in posa lì davanti a farsi ammiarare. E' un effetto piacevole, molto. Alzo gli occhi, scopro il suo volto, la sorprendo mentre con lo sguardo fruga dentro me, mentre mi riscalda l'anima. Non si meraviglia di esser stata scoperta, sorride e basta. Non profferisce parola. E' una trentenne, probabilmente, ma con un animo da ragazzina. Come faccio a saperlo? Anche io ho curiosato dentro di lei.
Poi abbassa lo sguardo, riprende il suo camminare, si allontana. Forse non la rivedrò mai più ma adesso non sono più solo.
(Fulvio - 2006)
Violenza, fisica e psicologica,
perpetrata e subita,
desiderata e dolorosa.
Intreccio di corpi, anime.
Gemiti che all'unisono,
lacerano il silenzio,
soffocati ed ansimanti.
Questo è l'amplesso,
e niente ha a che vedere con l'Amore.
(Fulvio - 2006)
“I Cipressi che a Bolgheri alti e schietti
van da San Guido in duplice filar”
Lì, proprio lì,
porta la tua donna,
falle guardare l’infinito viale
dille di imprimerlo nella propria mente.
Lì, proprio lì,
porta i tuoi figli,
fa guardare loro le schiere di alberi,
di loro di vedere e ricordare .
Lì, proprio lì,
porta tua madre e tuo padre,
indica la strada che scorre nel viale
digli di seguirla e immaginarla a lungo.
Lì, proprio lì,
porta i tuoi migliori amici, quelli veri,
affinché vedano le vigne che cingono l’orizzonte,
di loro di far propri gli odori che sentono.
Questo, proprio questo,
chiedi a ciascuno di loro
di riprodurre quelle sensazioni
su carta velina.
Prendi ogni disegno,
Sovrapponi l’uno sull’altro.
Osserva, osserva con attenzione.
Solo se tutti i fogli sono presenti,
solo così l’immagine è completa.
Per chi perderà un solo foglio,
una sola donna, un solo amico,
la realtà resterà a lungo qualcosa di incompleto.
(Fulvio – 2006)
“Bagnami!” Gridò
Lui la bagnò.
“Bagnami ancora!” Gridò
Lui la bagno di nuovo
“Bagnami e schiaffeggiami!” Gridò
Lui la bagno e la schiaffeggio.
“Vieni sopra di me e ritraiti!” Gridò
Lui si adagiò lentamente e si ritrasse.
“Vieni di nuovo e portami con te!” Gridò
Lui di nuovo torno sopra di lei,
la prese in piccole parti e se la portò via.
(Fulvio - 2005)
Caro Babbo Natale,
ho sette lustri più due anni. In tutto questo tempo, e non giudico se sia tanto o poco, ho sempre ricevuto per la tua festa dei regali: più o meno interessanti, più o meno graditi, più o meno richiesti, etc. Per mia fortuna non mi è mai mancato niente, ma… una volta vissuti profondamente, tutti quei regali (e dico tutti) mi hanno mostrato la loro anima e mi hanno deluso. Sì, deluso! Deluso perché mi sono reso conto che avrei potuto farne a meno, che non mi risolvevano nessun problema vero, che in definitiva non erano “sostanziali”.
Quest’anno, quindi, ti scrivo per evitare che sia l’ennesimo Natale con regali a termine. Regali che puoi apprezzare nell’immediato ma che col tempo scorderai di sicuro.
Come poter evitare questo? Nel modo più semplice possibile. Mi sono frugato dentro, ho parlato con la mia anima a lungo, le ho fatto domande precise chiedendole altrettante risposte. Le ho ottenute e messe l’una infila insieme alle altre e ne ho tratto le dovute conseguenze: Non mi manca niente di cui abbia realmente bisogno.
Quindi ecco la mia richiesta: Ogni regalo che tu avresti dovuto recapitare a me, per favore portalo a chi veramente lo saprà apprezzare, a chi ne è veramente privo, a chi “averlo o non averlo” fa la sua grande differenza. Poi scendi dal mio camino e posa sotto il mio albero una tua lacrima di gioia. La mattina di Natale io la troverò, verserò su di essa una delle mie e vivremo entrambi con la soddisfazione nel cuore.
(Fulvio – 2005)
Non è mia intenzione disquisire in dettaglio sull'argomento enunciato nel titolo di questo Post. Potremmo spendere anni della nostra breve vita a farlo senza raggiungere alcun risultato soddisfacente. Esiste una vasta letteratura in merito: molti i detrattori e altrettanti gli avversi alla tecnologia in ogni forma.
Mia intenzione è solo quella di riportarvi una storiella (ritengo simaptica) che questa mattina mi è stata raccontata da un Cliente. Leggetela se vi va e che ciascuno di voi possa trarne le proprie riflessioni.
Come spesso acade sono costretto a fermarmi ad un Autogrill per andare alla toilette. Entro nei bagni per maschietti. La prima porta è occupata, la seconda no. Cerco di chiudere la porta con la difficoltà di sempre. Mi abbasso i pantaloni quando sento una voce: "Come và?"
Non sono mai stato uno che da confidenza così facilmente, ma non so per quale motivo mi è venuto di rispondere d'istinto con un: "Si tira avanti!"
Dopo alcuni istanti ecco di nuovo: "... e cosa fai?" Con estremo imbarazzo rispondo: "Quello che fai tu! Cerco di fare i miei bisogni!"
Passano pochi istanti ed ecco di nuovo la voce: "Ascolta tesoro, ti chiamo più tardi! Qui di fianco c'è un cretino che risponde a tutte le domande che ti faccio!"
Non ho altro da aggiungere
(Fulvio - 2005)
A quanti di Voi sarà capitato di essere in fila? Alla Posta, per strada, al cinema, ad un concerto, dal medico, etc. In molte di queste circostanze la fila non è unica: ce ne sono più di una e apparentemente tutte lente nella stessa misura.
A quanti di Voi sarà capitato di notare che l’altra fila d’improvviso guizza più veloce (o anche semplicemente meno lenta) della vostra? Con discrezione ci si guarda intorno, se si è in auto si mette pure la freccia, poi con movimento da contorsionisti di professione si cambia fila.
A quanti di voi, a questo punto, è capitato di verificare che quel guizzo percepito in precedenza ce l’abbia con voi? Che quel guizzo che aveva movimentato la fila nella quale adesso vi trovate si sia spostato in quella nella quale eravate?
A quanti di Voi è capitato di pensare che la malasorte vi tormenta in ogni istante della vostra vita? Che sarebbe stato sicuramente meglio restare dove eravate. Che l’appuntamento che avete, le mille cose da fare, l’amico che vi aspetta per l’aperitivo… che tutto andrà a farsi benedire e l’intera giornata girerà con frenetico ritardo da rendere tutto enormemente complicato.
Ma … a quanti di Voi in una circostanza del genere è capitato di percepire con precisione e scientificità che la malasorte esiste?
Non so a quanti in effetti, ma a me sì. SGC Fi-Pi-Li (per chi la conosce un tormento continuo) metà mattina, guido veloce per arrivare da un Cliente. Ho i minuti contati e … ecco la fila. Ovviamente, data la velocità sostenuta, mi trovo sulla corsia di sorpasso. Di fianco a me si accodano mille auto, altre mille dietro disegnando un luccicante serpentone a due code che si dimena per la salita.
Fermi, immobili, da minuti, decine di minuti. Tanto immobili e da così tanto tempo che verrebbe voglia di spegnere il motore se non fosse per il gran freddo (se si spegne il motore, anche lasciando il quadro acceso, il riscaldamento alita freddo e basta). L’attesa si prolunga e da buon amante del mondo pulito decido comunque di spegnere tutto, persino la radio che tanto inutilmente aveva annunciato code ovunque tranne che in quel tratto.
Giro la chiave e vedo di fianco avvenire l’impossibile: una mora bella quanto antipatica su una C3 Plurielle color rosa irrivendibile si sta muovendo. Eccitato come un bambino che aspetta i regali di Natale rimetto in modo in fretta, mi sfogo con furia sull’acceleratore a frizione premuta ma l’auto davanti alla mia, quella ancora più avanti e tutte le altre della mia fila sono immobili. Immobili come se il movimento dell’ingorgo non le riguardasse.
Di fianco dopo il rosa sono sfilati il nero di una mercedes, il bianco sporco di un camion, il bicolore di una smart, e molti altri colori e auto. Ma io sono sempre fermo. Irremovibile all’inizio della curva, poche centinaia di metri dopo l’inizio della salita, in grado di vedere la babele intera davanti a me composta da una fila ferma e l’altra che scorre.
Vedo dal retrovisore che il classico manager super impegnato è al cellulare e distratto lascia alcuni metri tra se e l’auto che lo precede. Lesto come una lepre metto la freccia e … zac … cambio fila. La cambio giusto nel momento in cui questa si ferma di nuovo. Quasi impreco dalla disperazione e penso che davvero la malasorte si stia accanendo con me. Un istante dopo mi rimprovero di essere così superstizioso; da personcina razionale quale mi ritengo mi vergogno del pensiero fatto.
Ma quale malasorte, tanto anche la fila nella quale ero mica si è … mossa, si muove, le macchine procedono, e anche rapide. Allora è vero penso: la malasorte c’è e si scaglia feroce contro di me. Poi di nuovo mi pento di averlo pensato. E mentre alterno questi pensieri accade l’imprevedibile.
Una figura sui cinquant’anni bussa al mio finestrino, è infreddolita come tutti noi. Faccio scendere il vetro curioso di sentire cosa vuole. E’ evidentemente imbarazzato e con voce timida mi sussurra: “Signore, per cortesia, potrebbe tornare nell’altra fila? Da quando Lei si è spostato nella nostra ci siamo bloccati, mentre prima scorrevamo proprio bene. La ringrazio.” … e si allontana …
Se anche gli altri pensano questo, beh allora …cos’altro si deve cercare per avere la percezione precisa e scientifica che la malasorte esiste?
(Fulvio - 2005)